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Concorsi di progettazione, tra consenso e criticità: architetti e ingegneri a confronto sui Ddl Architettura

Il dibattito parlamentare sui Disegni di legge n. 1112 e n. 1711 accende il confronto sul futuro dei concorsi di progettazione. Professioni tecniche divise su obblighi, qualità e gestione amministrativa.

I concorsi di progettazione tornano protagonisti nella discussione parlamentare grazie ai Disegni di legge n. 1112 e n. 1711, che puntano a rafforzare il ruolo dell’architettura pubblica come bene comune e strumento di rigenerazione urbana. Ma se da un lato architetti e urbanisti accolgono con favore l’idea di valorizzare la qualità del progetto, dall’altro ingegneri e società di progettazione manifestano riserve operative e critiche sul piano attuativo.

Il valore del concorso secondo architetti e urbanisti
Il Consiglio Nazionale degli Architetti (CNAPPC) e l’Istituto Nazionale di Architettura (IN/ARCH) hanno ribadito durante le audizioni al Senato la centralità del concorso di progettazione come unico strumento capace di selezionare progetti coerenti con esigenze sociali, estetiche e ambientali.
«La qualità progettuale – ha affermato il presidente CNAPPC Massimo Crusi non si misura sul ribasso d’asta, ma sull’aderenza del progetto alle esigenze dei cittadini e del territorio.»
Un approccio condiviso anche dall’INU, che tuttavia chiede un uso mirato e selettivo dei concorsi, per evitare inefficienze nei piccoli comuni con risorse limitate.

Obbligatorietà e Codice dei Contratti: due nodi aperti
Una delle questioni più controverse riguarda la proposta – contenuta nel Ddl 1112 – di rendere obbligatori i concorsi di progettazione per le opere pubbliche. Questa scelta implicherebbe una deroga al Codice dei Contratti Pubblici, sollevando dubbi sulla tenuta giuridica e gestionale di una simile disposizione.

La vicepresidente CNAPPC Alessandra Ferrari ha evidenziato come l’impostazione dei due Ddl sia divergente:
– Il Ddl 1112 prevede una deroga per rafforzare i concorsi;
– Il Ddl 1711 li considera solo opzione preferenziale, senza modificare il quadro normativo vigente.
Per l’IN/ARCH, senza una revisione coordinata del Codice dei Contratti, il potenziamento dei concorsi resterebbe formale, senza effetti concreti sulla qualità del costruito.

Le riserve degli ingegneri e delle società di progettazione
Più critiche le posizioni dell’OICE (Organizzazioni delle società di ingegneria e architettura) e del Consiglio Nazionale degli Ingegneri (CNI), che hanno sottolineato i costi tecnici e gestionali elevati di un sistema a concorso obbligatorio.
«L’attuale gestione dei concorsi comporta dispendio di energie e tempi incompatibili con molti interventi pubblici urgenti», ha dichiarato OICE, evidenziando il rischio di una perdita di efficienza.
Il CNI ha inoltre richiamato l’attenzione su un aspetto cruciale: la necessità di garantire affidabilità esecutiva e robustezza ingegneristica, soprattutto per opere complesse e infrastrutturali.

Il modello in due fasi: una soluzione condivisa
Un possibile punto di equilibrio è rappresentato dal concorso di progettazione in due fasi, apprezzato da Fondazione Inarcassa e da diversi soggetti auditi.

Questa formula prevede:
– una prima fase aperta e più accessibile;
– una seconda riservata ai progetti selezionati, con premi, rimborsi e incarico integrale.
Il modello è ritenuto capace di valorizzare la qualità progettuale e favorire l’ingresso dei giovani professionisti, riducendo al contempo la dispersione di risorse.

Capacità amministrativa e nuove figure professionali
Il dibattito ha toccato anche la sostenibilità delle procedure concorsuali per gli enti locali. L’INU ha segnalato le difficoltà operative di molti Comuni nel gestire iter complessi, soprattutto in assenza di competenze tecniche interne adeguate.
Sono state inoltre espresse perplessità sull’introduzione di nuove figure, come il “Supervisore dei concorsi” o l’“Architetto della città”, giudicate ridondanti rispetto agli assetti esistenti e potenzialmente generatori di ulteriore burocrazia.

Verso una legge per l’architettura efficace e condivisa
Il confronto in Parlamento sui Ddl Architettura ha evidenziato un ampio consenso di principio sulla qualità del progetto come bene pubblico, ma anche forti divergenze operative su come realizzarla. Se il concorso di progettazione è ormai riconosciuto come strumento principe per selezionare buoni progetti, resta aperta la questione di come renderlo efficace, sostenibile e accessibile per tutte le amministrazioni.

Il percorso legislativo dovrà ora mediare tra visioni professionali differenti, costruendo una cornice normativa che non penalizzi la qualità, ma nemmeno comprometta l’efficienza e la fattibilità delle trasformazioni urbane.

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