Ambiente, ENEA e MASE uniscono le forze contro i PFAS: al via un piano da 2,5 milioni di euro
Monitoraggio, ricerca e nuove tecnologie di biorisanamento per contrastare i “forever chemicals” nelle acque reflue e nei fanghi di depurazione. L’obiettivo è ridurre i rischi per ambiente, agricoltura e salute pubblica.
Un nuovo passo nella lotta contro l’inquinamento da PFAS arriva dalla collaborazione tra ENEA e il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE), che hanno sottoscritto un accordo finalizzato al monitoraggio e alla ricerca sulle sostanze per- e polifluoroalchiliche nelle acque reflue e nei fanghi di depurazione. L’iniziativa rientra in un programma nazionale finanziato con 2,5 milioni di euro e coinvolge anche ISPRA, l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) e l’Istituto di Ricerca sulle Acque del CNR (Cnr-Irsa), ciascuno impegnato nello studio della contaminazione nelle diverse matrici ambientali.
L’accordo assume particolare rilevanza in vista dell’entrata in vigore, dal 2026, dei nuovi obblighi europei che impongono agli Stati membri un monitoraggio armonizzato dei livelli di PFAS nelle acque potabili, secondo quanto previsto dall’aggiornamento della direttiva europea sulla qualità dell’acqua destinata al consumo umano.
Tre linee di ricerca per affrontare l’emergenza PFAS
Il contributo di ENEA sarà sviluppato dal Dipartimento Sostenibilità attraverso tre linee di attività coordinate dalla ricercatrice Barbara Benassi della Divisione Biotecnologie, in collaborazione con le Divisioni Economia circolare e Impatti antropici sul territorio.
La prima riguarda la mappatura della presenza dei PFAS nelle acque reflue e nei fanghi di depurazione, distinguendo le diverse classi di molecole e le aree geografiche, sia a livello nazionale sia europeo. Parallelamente sarà realizzata un’analisi delle tecnologie oggi disponibili per la loro rimozione, valutandone l’efficacia sulle differenti tipologie di PFAS. Tra i sistemi oggetto di studio sarà approfondito anche il ruolo dell’incenerimento come possibile soluzione per l’abbattimento di queste sostanze.
La seconda linea di ricerca punta invece allo sviluppo di tecnologie innovative di biorisanamento. “All’inizio ci concentreremo sui metodi di monitoraggio dei PFAS e sulla selezione e caratterizzazione di consorzi microbici potenzialmente in grado di degradarli”, spiega Barbara Benassi. “Successivamente il processo di biorisanamento sarà applicato e validato su campioni reali provenienti da diversi impianti di depurazione.”
Il terzo filone di attività sarà dedicato alla valutazione degli effetti tossicologici dei PFAS sull’ambiente e sulla salute umana. In particolare, i ricercatori analizzeranno il rischio ambientale connesso al riutilizzo delle acque reflue in agricoltura e il possibile trasferimento di queste sostanze negli alimenti irrigati con acque contaminate.
“La contaminazione da PFAS rappresenta una criticità emergente nella gestione delle risorse idriche, a causa della loro persistenza, mobilità ambientale e capacità di bioaccumulo”, sottolinea Benassi. “I risultati consentiranno di definire il rischio per gli ecosistemi e per l’uomo e di fornire un quadro complessivo degli impatti legati alla presenza di PFAS nelle acque reflue.”
Cosa sono i PFAS e perché preoccupano
I PFAS costituiscono una vasta famiglia di sostanze chimiche sintetiche impiegate da decenni in numerosi processi industriali e prodotti di largo consumo. Si trovano, ad esempio, nei rivestimenti antiaderenti delle pentole, negli imballaggi alimentari, negli indumenti impermeabili e nelle schiume antincendio.
La loro diffusione è dovuta alle eccezionali proprietà chimiche che li rendono resistenti all’acqua, ai grassi e alle alte temperature. Proprio questa stabilità, tuttavia, rappresenta il principale problema ambientale: il forte legame tra carbonio e fluoro rende infatti queste sostanze estremamente difficili da degradare, tanto da essere note come forever chemicals, ovvero “sostanze eterne”.
Una volta rilasciati nell’ambiente, i PFAS possono contaminare acque superficiali e sotterranee, suoli, sedimenti e fanghi di depurazione, accumulandosi negli organismi viventi e lungo la catena alimentare.
Un fenomeno nazionale
In Italia le aree maggiormente interessate dalla contaminazione sono Veneto, Lombardia e Piemonte, regioni caratterizzate da una forte presenza di attività industriali. Tuttavia, gli esperti sottolineano che il problema interessa ormai l’intero territorio nazionale e richiede un approccio coordinato tra ricerca scientifica, monitoraggio ambientale e politiche di prevenzione.
L’accordo tra ENEA e MASE rappresenta quindi un tassello importante nella costruzione di una strategia nazionale contro i PFAS. Attraverso il monitoraggio sistematico, lo sviluppo di nuove tecnologie di bonifica e una migliore valutazione dei rischi sanitari e ambientali, il progetto punta a fornire gli strumenti scientifici necessari per affrontare una delle emergenze ambientali più complesse degli ultimi anni.

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