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CAM Strade, svolta del MASE: materiali riciclati ammessi anche nei cantieri dei sottoservizi

Il Ministero dell’Ambiente chiarisce che i Criteri Ambientali Minimi si applicano anche ai ripristini stradali dopo la posa di reti idriche. Stop ai divieti generalizzati sull’utilizzo di aggregati recuperati certificati.

Arriva un importante chiarimento destinato ad avere effetti concreti sui cantieri delle infrastrutture a rete e sulla gestione dei materiali provenienti dagli scavi. Il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) ha confermato che i Criteri Ambientali Minimi (CAM) previsti dal D.M. 5 agosto 2024 si applicano anche agli interventi di ripristino stradale eseguiti a seguito della posa o della manutenzione dei sottoservizi, comprese le reti idriche.

La presa di posizione ministeriale affronta una questione che negli ultimi mesi aveva generato interpretazioni contrastanti tra amministrazioni, gestori del servizio idrico integrato e enti proprietari delle strade, soprattutto in merito all’impiego di materiali recuperati nei rinterri e nei riempimenti.

Il chiarimento segna un passo significativo verso una maggiore applicazione dei principi dell’economia circolare nei lavori pubblici e potrebbe incidere sulle modalità di gestione di migliaia di interventi che ogni anno interessano il sottosuolo urbano.

CAM obbligatori anche quando l’opera principale non è la strada
Il nodo interpretativo nasceva dalla natura stessa degli interventi sui sottoservizi. In molti casi, infatti, l’opera principale riguarda la realizzazione o la manutenzione di reti idriche, fognarie o tecnologiche e non direttamente l’infrastruttura stradale.

Secondo alcune letture restrittive, proprio questa circostanza avrebbe escluso l’applicazione dei CAM Strade. Il Ministero ha però adottato una posizione differente.

Nel proprio parere, il MASE richiama l’articolo 57 del D.Lgs. 36/2023, evidenziando che ciò che rileva è l’effettivo coinvolgimento dell’infrastruttura stradale e la necessità di procedere al suo ripristino una volta completati gli scavi.

In altre parole, quando un intervento sui sottoservizi comporta la ricostruzione della carreggiata, delle pavimentazioni o degli strati di fondazione stradale, i criteri ambientali minimi diventano parte integrante delle prescrizioni progettuali ed esecutive.

Il caso dei materiali recuperati
L’interpello nasce da una segnalazione avanzata da un’Amministrazione regionale che aveva evidenziato una criticità particolarmente diffusa nel settore idrico.

I lavori di posa e manutenzione delle reti producono infatti ingenti quantità di terre e materiali da scavo che, in molti casi, potrebbero essere riutilizzati come aggregati riciclati o materiali recuperati conformi alle norme tecniche vigenti.

Nonostante ciò, numerosi enti proprietari delle strade continuano a prescrivere nei nulla osta allo scavo l’utilizzo esclusivo di materiali vergini provenienti da cava, escludendo a priori l’impiego di materiali recuperati anche quando pienamente certificati.

Una prassi che, secondo i promotori dell’interpello, rischia di ostacolare gli obiettivi di sostenibilità ambientale e riduzione dei rifiuti previsti dalla normativa europea e nazionale.

Economia circolare e sostenibilità diventano criteri vincolanti
La risposta del Ministero è netta. I CAM non rappresentano semplici indicazioni programmatiche, ma obblighi cogenti per le stazioni appaltanti e per i soggetti coinvolti nella realizzazione delle opere pubbliche.

Di conseguenza, nei lavori di riempimento e rinterro deve essere favorito il ricorso a materiali recuperati o provenienti da attività di scavo, purché conformi ai requisiti prestazionali, ambientali e tecnici previsti dalla normativa.

Il MASE precisa inoltre che gli enti proprietari delle infrastrutture non possono introdurre divieti generalizzati basati esclusivamente sull’origine “non vergine” dei materiali.

Eventuali limitazioni dovranno essere motivate da specifiche esigenze tecniche, geotecniche o strutturali e non potranno tradursi in esclusioni automatiche incompatibili con i principi di economia circolare promossi dal Testo Unico Ambientale e dal nuovo Codice dei Contratti Pubblici.

Le conseguenze per enti e gestori delle reti
Il chiarimento ministeriale è destinato ad avere ricadute operative rilevanti per amministrazioni pubbliche, gestori del servizio idrico integrato, progettisti e imprese esecutrici.

Da un lato, rafforza l’obbligo di integrare i CAM Strade anche negli interventi che riguardano infrastrutture interrate. Dall’altro, apre la strada a una maggiore diffusione dei materiali riciclati certificati nei cantieri pubblici, riducendo il ricorso a materie prime vergini e favorendo il recupero delle risorse.

La decisione si inserisce nel più ampio percorso di transizione ecologica delle infrastrutture e rappresenta un ulteriore tassello nell’attuazione delle politiche ambientali che puntano a coniugare efficienza delle opere pubbliche, riduzione dell’impatto ambientale e valorizzazione delle filiere del recupero.

Un precedente destinato a fare scuola
L’interpello del 21 maggio 2026 costituisce uno dei primi chiarimenti applicativi di rilievo successivi all’entrata in vigore del nuovo D.M. 5 agosto 2024 sui CAM Strade e potrebbe diventare un punto di riferimento per numerose amministrazioni chiamate a rivedere regolamenti, capitolati e prescrizioni tecniche.

Per il settore delle infrastrutture idriche e dei sottoservizi si tratta di un segnale chiaro: la sostenibilità ambientale non è più un elemento accessorio, ma un criterio operativo che deve orientare concretamente la progettazione e la realizzazione delle opere pubbliche.

La stagione dei divieti generalizzati ai materiali recuperati sembra quindi avviarsi verso la conclusione, lasciando spazio a un approccio basato sulle prestazioni tecniche e sui principi dell’economia circolare.

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