BIM, la digitalizzazione incompiuta: solo il 7,1% degli ingegneri italiani ha competenze avanzate
Il primo rapporto 2026 del Centro Studi del Consiglio Nazionale degli Ingegneri fotografa un settore interessato alla trasformazione digitale, ma ancora lontano da una piena maturità. Il vero ostacolo non sembra essere la tecnologia: pesano soprattutto formazione, organizzazione e competenze delle stazioni appaltanti.
Il BIM è entrato nelle norme, nei capitolati e nel lessico quotidiano della progettazione. Molto meno, però, nella pratica professionale. È questo il dato più evidente che emerge dal primo rapporto 2026 del Centro Studi del Consiglio Nazionale degli Ingegneri (CNI) dedicato alla digitalizzazione e alla gestione informativa delle opere pubbliche e private.
L’indagine, condotta su 3.793 ingegneri, con 2.278 questionari compilati integralmente, restituisce l’immagine di una professione consapevole dell’importanza della trasformazione digitale, ma ancora in difficoltà nel tradurre questa consapevolezza in competenze e processi consolidati. L’85% degli intervistati si dichiara molto o abbastanza interessato alla digitalizzazione. Eppure soltanto il 7,1% ritiene di possedere competenze BIM avanzate. Per il 50,4% la preparazione è frammentata, mentre il 21,2% dichiara di non possedere alcuna competenza specifica.
Tra interesse e pratica resta un ampio divario
Il problema emerge ancora più chiaramente osservando l’esperienza concreta. Il 43,3% degli ingegneri dichiara di non aver svolto attività legate al BIM negli ultimi cinque anni. Inoltre, il 51,6% non è mai stato coinvolto in commesse BIM, mentre appena il 16,7% afferma di esserlo stato “spesso” o “sempre”.
La digitalizzazione, dunque, suscita attenzione, ma non è ancora diventata una componente ordinaria del lavoro di una larga parte della categoria.
Lo stesso scarto riguarda gli standard. Solo il 14,3% degli intervistati dichiara di conoscere nel dettaglio la UNI 11337, riferimento italiano per la gestione digitale dei processi informativi delle costruzioni. Ancora più limitato è l’utilizzo effettivo di strumenti e standard specifici come IFC, BCF e IDS, che rimane sotto il 5%.
È un elemento particolarmente significativo perché interoperabilità e gestione strutturata delle informazioni costituiscono alcuni dei presupposti essenziali per trasformare il BIM da semplice modellazione tridimensionale a vero processo informativo.
Il principale ostacolo non è il software
I risultati del rapporto ridimensionano anche una spiegazione ricorrente: quella secondo cui la lenta diffusione del BIM sarebbe dovuta principalmente al costo delle tecnologie.
Quando viene chiesto agli ingegneri quali siano le priorità per accelerare la transizione digitale, l’82,2% indica la formazione. Seguono lo sviluppo di procedure interne, con il 58,1%, e una maggiore consapevolezza da parte di chi dirige studi e società, indicata dal 52,1%. Hardware e software arrivano invece in fondo alle priorità, con il 45,3%.
Questo non significa che la dotazione tecnologica sia già adeguata. Al contrario, il 46,8% degli intervistati non dispone di un software di modellazione BIM e il 60,4% non possiede strumenti dedicati al controllo dei modelli. Ma gli stessi professionisti sembrano riconoscere che acquistare nuovi programmi non basta se non cambiano contemporaneamente competenze, organizzazione e modalità di lavoro.
Il problema, insomma, appare prima metodologico e culturale che tecnologico.
Stazioni appaltanti, il punto debole della transizione
Un’altra criticità riguarda la committenza pubblica. Il 56,7% degli ingegneri individua nella carenza di competenze delle stazioni appaltanti il principale ostacolo alla diffusione del BIM.
È un passaggio decisivo. Una stazione appaltante deve essere in grado non soltanto di richiedere formalmente l’utilizzo del BIM, ma anche di definire quali informazioni devono essere prodotte, con quali caratteristiche e per quali finalità. Senza competenze adeguate nella costruzione dei requisiti informativi, il rischio è che la digitalizzazione diventi un ulteriore adempimento burocratico.
In questa situazione il modello può essere realizzato perché richiesto dal capitolato, ma senza essere realmente utilizzato per orientare le decisioni progettuali.
BIM significa processo, non soltanto modello
È probabilmente questo il nodo culturale più importante evidenziato dall’indagine. Il BIM non coincide con la produzione di un modello tridimensionale alla fine della progettazione. Il suo valore consiste nell’integrare dati, geometrie e informazioni durante il processo, permettendo ai diversi soggetti di verificare anticipatamente interferenze, errori e conseguenze delle scelte progettuali.
Non a caso, il beneficio maggiormente riconosciuto dagli intervistati è proprio l’anticipazione delle decisioni progettuali, indicata dal 57,9%.
Eppure soltanto il 42,8% attribuisce al BIM un valore trasversale, applicabile a qualsiasi progetto. Il 20,8% continua ad associarlo principalmente alle grandi opere e il 15,9% alle nuove costruzioni.
Qui emerge una contraddizione significativa: molti professionisti riconoscono uno dei principali vantaggi del BIM, ma una parte consistente continua a considerarlo uno strumento specialistico da utilizzare soltanto in determinate commesse. Se il modello viene costruito a valle di decisioni già prese, però, una parte importante del suo potenziale viene inevitabilmente perduta.
Giovani e privato corrono più velocemente
La fotografia del CNI evidenzia anche forti differenze generazionali e organizzative. Tra gli ingegneri con meno di 40 anni, l’11,9% dichiara competenze BIM avanzate. La percentuale scende al 3,9% nella fascia tra 41 e 55 anni e al 3% tra gli over 55.
Anche il contesto professionale conta: le competenze avanzate raggiungono il 12,9% nel settore privato e no-profit, contro appena il 3% nel pubblico. Negli studi associati e nelle società la quota è del 7,7%, mentre negli studi individuali si ferma al 4,5%.
Il divario, tuttavia, non può essere interpretato semplicemente come una maggiore o minore disponibilità individuale al cambiamento. Modificare procedure consolidate richiede tempo, investimenti e soprattutto commesse nelle quali le nuove competenze possano essere utilizzate e remunerate. Per un piccolo studio o per un professionista che opera da decenni secondo processi tradizionali, il costo organizzativo della transizione può essere considerevole.
La sfida dei prossimi anni
Il quadro è reso ancora più urgente dall’evoluzione della normativa. Dal 1° gennaio 2025 l’obbligo di utilizzo del BIM riguarda le opere pubbliche di importo pari o superiore a 2 milioni di euro. La digitalizzazione, quindi, non rappresenta più soltanto un’opportunità per gli operatori più innovativi, ma sta progressivamente diventando una condizione di accesso a una parte del mercato.
La stessa categoria professionale sembra esserne consapevole: il 57,9% degli intervistati giudica insufficienti gli sforzi compiuti dalla propria organizzazione per raggiungere una piena maturità digitale e il 22,6% ritiene che saranno necessari più di cinque anni.
Il rapporto CNI indica quindi una direzione precisa. Servono certamente software, infrastrutture e strumenti di controllo, ma soprattutto formazione capace di tradursi in pratica, procedure organizzative coerenti e stazioni appaltanti in grado di formulare richieste informative efficaci.
La questione decisiva non è più stabilire se il BIM entrerà stabilmente nella progettazione italiana. Il processo è già iniziato. Il problema è capire come entrerà: come ulteriore documento da consegnare per rispettare una prescrizione oppure come metodo attraverso il quale progettare, verificare e gestire le opere.
Il 7,1% di competenze avanzate fotografato dal rapporto mostra quanto sia ancora lunga la strada. Ma rivela anche quale sarà probabilmente il vero terreno competitivo dei prossimi anni: non possedere semplicemente un software BIM, bensì essere capaci di trasformare le informazioni digitali in decisioni migliori.

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