Progetto Stazione Metro C Colosseo Roma – Architetti Andrea Grimaldi, Filippo Lambertucci
Ubicata in una zona già interessata da forti trasformazioni urbane, la stazione Colosseo si incunea in un contesto archeologico e urbano di eccezionale valore, che richiede all’infrastruttura una risposta progettuale adeguata all’importanza e qualità del contesto circostante.
Le operazioni propedeutiche alla realizzazione della stazione sono state protagoniste di scoperte significative per la comprensione dei luoghi, tra cui spicca l’individuazione di una serie di pozzi, nati come funzionali e poi trasformati in depositi cultuali, che si sono rivelati dei veri e propri carotaggi spazio-temporali i cui risultati di scavo hanno stimolato la progettazione degli ambienti di stazione.
Il progetto della Stazione Metro C Colosseo di Roma realizzato dagli architetti Andrea Grimaldi, Filippo Lambertucci, con gli architetti Livio Carriero, Amanzio Farris, Davide Leogrande, Edoardo Marchese, Valerio Ottavio e Leo Viola ha vinto il primo premio nella categoria Grandi superfici e Rivestimenti di facciate alla XIII edizione del concorso di Architettura Grand Prix con le seguenti motivazioni:
‘Il materiale di rivestimento grigio scuro impiegato unitariamente per pavimentazioni e superfici verticali, sottolinea la dimensione degli spazi e, insieme alle incisioni di planimetrie architettoniche ottenute tramite sabbiatura, dona un aspetto museale ai luoghi di transito e ai collegamenti in superficie, creando uno spazio immersivo proiettato verso il monumento soprastante.’
28 Pozzi di epoca repubblicana
L’ispirazione del progetto deriva da un’eccezionale scoperta avvenuta durante gli scavi: 28 pozzi di epoca repubblicana riemersi dal sottosuolo romano. Proprio intorno al tema dei pozzi si è costruita una narrazione spaziale che partendo da questi, si è ampliata storicamente sino a tutta l’area limitrofa.
La figura del pozzo che penetra le profondità della terra alla ricerca di un bene prezioso, l’acqua, è una splendida metafora della disciplina archeologica che scava alla ricerca di tracce significative del nostro passato, brandelli di storia che fanno luce sulle epoche passate, sepolte, a volte cancellate dal susseguirsi degli eventi. I materiali archeologici sono “preziosi”, sempre, proprio perché ci consentono di ricostruire condizioni e contesti di un passato dimenticato sul quale si sono fondate
le epoche successive, sino ai giorni nostri. In quest’ottica, la stazione ipogea della metropolitana ci appare come un grande pozzo che riporta alla luce i frammenti e le storie di un passato remoto.
Ed è sull’idea del pozzo, con questa sua chiara contrapposizione dualistica tra diverse condizioni della materia, tra pieno e vuoto, oscurità e luminosità, opacità e brillantezza, che si è immaginato di costruire il carattere identitario della stazione nonché la sua scena spaziale e narrativa.

Allestimento degli interni e degli ambiti museografici
L’allestimento dello spazio e la narrazione archeologica sono facce della stessa medaglia e perseguono la sintesi dei caratteri spaziali e degli elementi comunicativi per assicurare facile ed immediata lettura, sia delle traiettorie funzionali sia degli episodi narrativi, la cui interazione è studiata per offrire un’esperienza integrata e multilivello per fasce d’utenza diversificate.
La definizione dello spazio della stazione si avvale di tre elementi fondamentali: una materia opaca e “grezza” per costituire il fondale generale, inteso come involucro materico e virtualmente oscuro; una materia luminosa e “preziosa” per identificare i luoghi della narrazione archeologica e dell’esperienza spaziale dei materiali ad essa legati; la luce, come regista immateriale ma decisivo dell’intera messa in scena.
Su questi tre elementi si fonda la struttura della narrazione, che vede i momenti di comunicazione storico/archeologica come gemme luminose immerse nella materia scura dello spazio sotterraneo. In base a questo canovaccio sono organizzati gli spazi dei diversi livelli della stazione, immaginati come legati in un continuum costituito dall’esperienza percettiva del susseguirsi degli ambienti attraversati dai viaggiatori.
Il piano atrio, sotto il livello stradale, è quello che risente maggiormente della contiguità con il paesaggio monumentale limitrofo, con cui condivide la quota antica dell’adiacente Tempio della Pace. Il grande spazio, inusuale per le altre stazioni, evoca un ambiente basilicale ed è stato enfatizzato del progetto dando forza ed evidenza alle due estremità, rivolte rispettivamente verso i Fori Imperiali e verso il Colosseo, dove trovano posto due ambiti di allestimento.
Al centro si apre il grande vano scale a rampe incrociate, un altro elemento eccezionale per una stazione romana, che offre un’importante opportunità narrativa grazie alla sua dimensione e profondità, e per questo immaginato come gemma luminosa. Il piano mezzanino ha dimensioni più ristrette ma è organizzato con un impianto analogo: il centro è dominato dai gruppi di scale che popolano il vuoto del Foro della stazione; le estremità opposte sono invece concepite come fondali preziosi in cui ospitare allestimenti archeologici: da una parte, l’allestimento degli ambienti ritrovati negli scavi e dall’altra l’allestimento di alcuni pozzi votivi.
Le discenderie verso le banchine sono tutte ricavate in spazi più compressi e perciò interpretate in chiave emozionale come esperienza spaziale; l’involucro di pareti e pavimenti, in continuità con gli ambienti precedenti è inteso come fondale materico, mentre sulle teste dei passeggeri si aprono grandi campane luminose che dilatano inaspettatamente lo spazio verso l’alto come pozzi virtuali che ripropongono il tema della ricchezza sedimentatasi nel sottosuolo attraverso i millenni.
Sul piano banchine l’espressione architettonica è sobria e composta ma non rinuncia a identificare la stazione, tramite la continuità del materiale di rivestimento che costituisce uno dei principali elementi identitari dell’intervento. Qui le lastre di rivestimento che si vedono scorrere dai finestrini dei treni riportano incisi frammenti di un paesaggio architettonico fatto di figure quasi astratte, lemmi di un linguaggio non ancora parlante che acquisterà un proprio senso man mano che si risalirà, attraverso gli allestimenti, fino alla superficie, dove lo straordinario contesto storico-archeologico dei fori e del Colosseo ci parlerà con tutta la sua potente ricchezza di significati e di bellezza.
L’attuazione materiale degli scenari atmosferici si è avvalsa di una palette estremamente ristretta di materiali e colori, chiamati ad interpretare con la massima chiarezza la dualità dell’espediente narrativo: lo spazio grezzo e cavernoso del sotterraneo è evocato, come fosse ricavato da un taglio di cava, dalla continuità di pavimento e rivestimento, realizzati con lastre in gres della collezione Pietre di Paragone di Casalgrande Padana nel colore Gré Nero, particolarmente efficace nel rendere le superfici continue e allo stesso tempo materiche e prive di orientamenti prevalenti; gli episodi archeologici e architettonicamente salienti sono invece stati segnalati da finiture dorate di parte dei rivestimenti in lamiera, che si accendono così nel contrasto con il sottofondo, ad evidenziare il carattere prezioso, non solo nei contenuti ma anche nell’orientare i percorsi degli utenti/viaggiatori.
Infine, la luce artificiale è stata utilizzata per creare quella peculiare condizione atmosferica dello spazio che privilegia la penombra come espediente per tradurre le caratteristiche usuali e proprie degli ambienti della metropolitana in un’occasione inattesa di archeologia pubblica e quotidiana esperienza culturale.




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